Mercati emergenti: una nuova sfida strategica per l’industria 

Conflitti, rotture degli equilibri commerciali, ridefinizioni di regole e alleanze: dietro al momento storico che stiamo vivendo si stanno facendo strada trasformazioni che non coinvolgono solo l’ordine geopolitico, ma sono profondamente indicative di ulteriori grandi cambiamenti a cui il mondo dell’industria deve porre la massima attenzione.

“Il baricentro dell’economia mondiale sta vivendo una traslazione storica, spostandosi dall’asse atlantico verso quello pacifico”, ha evidenziato Vasco Molini, economista e Program Manager presso The World Bank Group, nel corso di un intervento durante l’ultima Assemblea Associativa Assovernici. Questa evoluzione è già in atto, ed è fondamentale che le imprese italiane ed europee, nello specifico quelle attive nel comparto chimico, ne abbiano chiare le direttrici per indirizzare al meglio le loro strategie.

“Il centro del mondo non è più l’Atlantico – ha evidenziato l’esperto – La Cina, da tempo protagonista dello scenario internazionale, sta rafforzando il suo ruolo in termini di valore e innovazione; ma anche l’India è in crescita, così come diversi Paesi del Sud-Est asiatico, e non solo”. Questa transizione non è temporanea, ma va letta come un cambiamento di ordine storico, equiparabile ai grandi passaggi di egemonia economica del passato.

In sintesi, questi mercati non possono essere più considerati aree in cui produrre a basso costo, ma poli di domanda, innovazione tecnologica e luoghi di sviluppo manifatturiero, oltre che nodi di filiera globali: tanto più che, in parallelo, si assiste a un ridimensionamento del ruolo degli Stati Uniti.

Secondo l’analisi di Molini, circa due terzi della crescita mondiale provengono ormai dai Paesi menzionati: a questo riguardo è interessante rilevare che in aree come Cina e India si assiste anche a una crescita della classe media, che rappresenta ancora una minoranza ma sta elevando la domanda, rendendola in alcuni casi paragonabile a quella dei Paesi occidentali. Non solo. Mentre le economie di questi ultimi sono sempre più basate sui servizi, molti Paesi emergenti hanno ancora una forte o crescente base manifatturiera. Tutto questo rappresenta, da un lato, una minaccia competitiva, ma crea dall’altro opportunità commerciali e industriali che è essenziale saper decodificare.

Per quanto concerne le peculiarità di ogni singolo Paese, la Cina non va più identificata come “fabbrica low cost”, ma come attore geopolitico strutturato e concorrenziale in termini di qualità e tecnologia. L’India appare sempre più promettente, mentre i Paesi del Sud Est asiatico sono caratterizzati da crescente industrializzazione e da un peso demografico significativo. Interessanti segnali arrivano dall’America Latina, e in particolare da Messico e Brasile, così come dall’Africa, che resta soprattutto un campo di confronto geopolitico e di approvvigionamento strategico di risorse.

In linea generale, le economie emergenti presentano ancora una quota rilevante di industria sul totale, e per le imprese questo può essere decisivo perché coincide con un maggiore bisogno di input, più forte presenza di filiere produttive, maggiore probabilità di uso di prodotti tecnici ed ecosistemi più vicini al proprio modello di business.

In questo quadro e in questo settore l’Italia mostra competitività e capacità di tenuta. Nel comparto che comprende coloranti, pigmenti, vernici e inchiostri, i dati ci vedono ancora protagonisti. Il nostro Paese siede al tavolo dei grandi esportatori mondiali insieme a colossi come Cina, Germania, Stati Uniti, India e Giappone. 

Emerge, tuttavia, un nodo critico legato alla destinazione delle merci: l’export resta infatti concentrato su mercati maturi come Germania, Francia e Spagna. Si tratta di aree a crescita limitata, che mostrano segnali di difficoltà. La sfida di oggi, dunque, è la diversificazione: bisogna rafforzare il movimento, già iniziato, verso i mercati emergenti guardando a Oriente – ma non solo – con una strategia più consapevole.

Occorre, innanzitutto, considerare l’evoluzione qualitativa della domanda in queste aree: l’idea che vi si competa solo in termini di prezzo, infatti, è ormai superata. Clienti industriali e consumatori anche qui iniziano a guardare con interesse ai prodotti premium, così come a performance e standard di sicurezza elevati. In questo contesto, anche la sostenibilità ambientale non è più solo una questione reputazionale, ma un asset competitivo. 

Nonostante le opportunità dischiuse dallo sviluppo dei nuovi mercati, però, gli ostacoli non mancano, e devono essere fronteggiati facendo sistema. Elementi critici, oltre all’instabilità geopolitica, alla volatilità valutaria e ai rischi di concorrenza sleale, specie da parte della Cina, sono soprattutto le asimmetrie di carattere regolatorio. In UE le imprese del settore operano con standard ambientali e regolamenti stringenti che i concorrenti globali spesso non devono osservare. Per questo serve una politica industriale europea univoca in grado di definire una strategia chiara, capace di imporre reciprocità e di tutelare la nostra capacità manifatturiera. I dazi e le politiche antidumping, da sole, non bastano: possono avere senso solo se parte di un piano strutturato, che preveda investimenti in competenze, capacità produttiva ed ecosistemi locali.